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PREFAZIONE
La città di Roma nacque da un villaggio di pastori e agricoltori sul Palatino, che si allargò agli altri colli circostanti. La data tradizionale (753 o 754 a. C.) si riferisce alla nascita del primo nucleo di villaggi sul colle di Evandro che si dotarono di mura di protezione, magistrati e di un esercito. La popolazione di Roma fu fusione di stirpi diverse: latini, sabini, etruschi, che tuttavia dettero origine ad una cittadinanza latina di lingua e di spirito, ad un identità nuova: quella “romana”. L’etimologia del nome potrebbe essere di origine etrusca o latina, potrebbe significare la città del fiume.

Argomenti
 


DALLE ORIGINI AL SECOLO VI DOPO CRISTO
DAL SECOLO VI AL SECOLO XVI
DAL SECOLO XVI ALLA REPUBBLICA
SVILUPPO EDILIZIO E DEMOGRAFICO
ROMA ANTICA
ROMA MEDIEVALE
DAL RINASCIMENTO AI TEMPI MODERNI
LINEAMENTI DI STORIA ARTISTICA
ARTE ANTICA
ARTE MEDIEVALE
QUATTROCENTO E CINQUECENTO
ARTE BAROCCA E MODERNA
ROMA NELLA STORIA DELLA CIVILTA’

 
 



DALLE ORIGINI AL SECOLO VI DOPO CRISTO (Torna)

Roma sorse sul fiume Tevere a poche decine di chilometri dal mar Tirreno. Questa posizione contribuì in modo determinante alla sua fortuna, da che un lato le dette modo di difendersi dalle aggressioni esterne e dall’altro le aprì la via per l’espansione ed il commercio. Esso fu notevole già nel periodo leggendario della monarchia (i sette re): deve peraltro considerarsi senza fondamento l’attribuzione a questo periodo sia di un'ampia cinta di mura (mura serviane), sia di istituzioni politiche sviluppate, sia di grandi conquiste. Dovette bensì formarsi assai presto in Roma una buona classe dirigente, che esplicò la sua opera nel passaggio dalla monarchia alla repubblica (data tradizionale, 509 a.C.). Agli inizi l’organizzazione dello stato repubblicano fu in mano all’aristocrazia, con la reggenza annuale di due consoli e del senato; ma la plebe si affermò ben presto con l’istituzione dei tribuni, sorti a sua difesa e divenuti magistrati di importanza primaria, e il pareggiamento progressivo (e dalla metà del IV secolo a. C. fu pressoché totale) dei diritti fra patrizi e plebei. Ciò ebbe per effetto l’ampliamento e il rinnovamento della classe dirigente (la nobilitas), e l’accresciuta importanza, di fronte al senato, dei comizi popolari.

Le lotte interne vivacissime non nocquero, anzi contribuirono all’espansione della città. Nel IV secolo essa ottenne la supremazia nel Lazio. Dopo la pausa dovuta all’invasione gallica (387), Roma sconfisse i forti montanari sanniti, e trionfò di loro e degli altri popoli italici, degli Etruschi, dei Galli e dei Greci dell’Italia meridionale che non riuscirono a saldare durevolmente e organicamente le loro forze contro di lei. Dal 270 a.C. circa tutta l’Italia peninsulare era controllata da Roma, in parte minore per annessione diretta, nella maggiore parte per protettorato. Roma unificò l’Italia, dando ad essa un’organizzazione politica e culturale. Roma, inizialmente vicina alla cultura etrusca, assorbì man mano sempre più la cultura greca proveniente dall’Italia meridionale, ma non la subì, essa fu l’amalgama sulla quale nacque e si sviluppò una letteratura e un arte tutta romana, con caratteristiche proprie.

Dalla metà del III secolo a.C. Roma si espande fuori della penisola. Le due prime guerre puniche ((264-201) le danno il dominio del Mediterraneo, e questo la conduce nel secolo e mezzo successivo alla supremazia in Oriente, sui regni usciti dall’impero di Alessandro Magno, e in Occidente, sui popoli semibarbari di Spagna e di Gallia. L’espansione verso l’esterno dà luogo alla nascita dell’Impero, e la politica interna subirà ben presto analoga trasformazione. Roma, rimanendo il centro della vita politica e culturale italiana, diviene la capitale del mondo civile. A ciò corrisponde il suo ampliamento costruttivo e demografico, il suo splendore artistico e sociale, che raggiungono il culmine nei primi due secoli dell’Impero. Il regime imperiale inizia con Cesare Ottaviano Augusto, negli ultimi decenni avanti l’era volgare. Esso conserva il carattere formale di una combinazione di varie magistrature repubblicane, riposante sulla volontà del popolo e del senato romano. Prevale, però, sempre più il carattere assolutistico e militare, in corrispondenza anche con la crescente pressione esterna dei barbari ai confini. Ciò è causa della perdita graduale dell’importanza di Roma che, cessando di essere dimora degli imperatori, perde qualsiasi influenza effettiva sul corso degli avvenimenti.

Il popolo era stato estromesso politicamente agli inizi dell’Impero; ora anche il senato si riduce a poco più di un consiglio municipale. La lunga decadenza dell’impero è innanzi tutto decadenza di Roma: politica, culturale, artistica, demografica. Dopo le prime occupazioni barbariche (Odoacre, Teodorico) questa decadenza tocca il culmine al tempo della ventennale guerra gotica. Rimane tuttavia le grandezza di Roma, come città prima e senza pari al mondo, maestra di civiltà, fondatrice e centro morale dell’impero, nella coscienza dei barbari non meno che nei romani. Questa grandezza morale prende nuovo corpo grazie al fatto che Roma diviene il centro della cristianità, la sede del primo vescovo del mondo cattolico, del successore di Pietro, principe degli apostoli, il cui sepolcro, con quello dell’altro principe degli apostoli S. Paolo, è custodito nell’Urbe. Il papa, nell’opera di evangelizzazione dell’Occidente romano-barbarico, assume una posizione centrale e di questa posizione ne trae beneficio Roma che conserva così il suo valore universale ma, lo conserva, in modo diverso; non è più protagonista storico il popolo di Roma, con le sue conquiste e la sua cultura, ma la città di Roma, teatro della nuova istituzione mondiale.

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DAL SECOLO VI AL SECOLO XVI (Torna)

Dalla metà del VI secolo Roma è una città dell’impero bizantino, la cui sede, in Italia, è Ravenna. Due secoli dopo essa è divenuta la capitale del dominio temporale pontificio, una specie di appannaggio territoriale del vescovo di Roma. A questo punto, la storia della città si intreccia con quella dell’impero franco-carolingio. La città papale sembra ritornare città capitale dell’impero, con il conferimento da parte del papa della corona imperiale, a partire da Carlo Magno nell’anno 800, ma è solo apparenza, poiché nel gioco delle forze politiche il popolo e la città di Roma contarono, per le sorti del sacro impero romano, ben poco. Tuttavia, ciò valse a ridare alla città un carattere universale, non soltanto passivo ma anche attivo, sia pure in assai limitata misura. Questo nuovo aspetto della vita romana si vede particolarmente bene al tempo per la lotta per le investiture. Durante essa, Roma è disputata fra il papa e l’antipapa imperiale.

La storia di Roma comunale ha inizio nel 1143-1144; nella città tre contendenti si disputano il primato: papato, municipio, nobiltà feudale, a cui si aggiunge, per quanto intermittentemente, l’impero. I pontefici furono in urto frequente con il Comune e abbandonarono spesso, per amore o per forza, Roma. Il Comune ebbe vita assai dura, e non raggiunse mai la forza e l’opulenza dei grandi comuni italiani. Il periodo del papato avignonese (1305-1377), con l’assenza permanente dei pontefici, pur portando la vita cittadina ad uno stato di squallore e di miseria, permise al governo popolare una maggiore organicità e continuità. Il ritorno dei pontefici vide l’affermarsi dell’autorità della Chiesa in modo assai maggiore che in precedenza, tanto da ricondurre, nel primo decennio del secolo XV, il potere comunale nei ristretti confini del municipio, non più di stato. Così il potere temporale della Chiesa prende forma e consistenza di principato, analogo agli altri italiani, Roma diviene capitale dello stato pontificio, oltre ché del cattolicesimo, per opera del papa la città ritorna centro culturale quale non era più stato dai tempi dell’antichità.

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DAL SECOLO XVI ALLA REPUBBLICA (Torna)

Con il sacco di Roma (1527) tutto ciò ha fine, pur non modificando sostanzialmente la posizione della città entro le cui mura il papa Re non è più contrastato. Con la Controriforma (1545-1563, Concilio di Trento indetto da Paolo III Farnese), l’importanza universale della città in quanto sede del pontificato si accentua e si rafforza, vi risplendono in essa i nuovi capolavori del barocco. Il peso politico internazionale della città è comunque inesistente, ciò principalmente a causa della sistematica neutralità pontificia che, nel Seicento e Settecento, tiene fuori il papato dalle contese e dalle guerre internazionali. Il risveglio politico si manifesta nella città con la rivoluzione francese ma, sono solo echi lontani. Gli anni 1798-99 vedono la prima caduta del potere temporale del papa in occasione della proclamazione della repubblica nata sull’emulazione dell’antica. Pio VI è deportato in Francia. Ma è un episodio di breve durata; un anno dopo Pio VII si ristabilisce a Roma. Ma la restaurazione non ha miglior sorte della repubblica, dovrà cadere nel 1809 con l’ingresso delle truppe di Napoleone. Roma diviene così la seconda città dell’Impero francese, schiava dei barbari di un tempo. Al figlio infante di Napoleone viene assegnato il titolo di Re di Roma.

Con le sconfitte in Europa di Napoleone nel 1814 Pio VII riprende possesso della città. Siamo alla seconda restaurazione. Seguono cinque anni di pace, il regime clericale cade nell’indifferenza popolare. Sotto le ceneri, covano i fermenti delle passioni patriottiche che non trovano, comunque, l’accoglienza che si riscontra in altre parti d’Italia. L’insurrezione dell’Italia centrale nel 1831 a Roma non attecchisce.

Bisognerà attendere il 1846. In quell’anno, nel mese di giugno, sale al soglio pontificio Pio IX. Roma, stranamente, esce dall’apatia che le è consona e diviene il maggior centro di fermenti insurrezionali. Il 1848 vede la nascita dello statuto e la riunione del parlamento; Pio IX vede contrastata la sua politica di neutralismo dal bellicismo dei rivoltosi e, nel novembre del 1848 lascia Roma; dopo l’assassinio di Pellegrino Rossi segue la proclamazione della repubblica romana (9 febbraio 1849) per opera di un assemblea costituente. Il governo del triumvirato, di cui capo morale fu Giuseppe Mazzini, nulla può contro le armi francesi che abbattono la repubblica e restaurano, per la terza volta in cinquant’anni, il pontefice. Ma la fine di un era è ormai nell’aria. Il fermento rivoluzionario e cospiratorio perdura. La proclamazione del Regno d’Italia (1860-1861) restringe il potere temporale esercitato dal papa al solo territorio laziale. Le armi francesi sono l’unico ostacolo all’unificazione di Roma al resto del Regno. Nel 1867 un tentativo di assalto dei garibaldini fallisce a causa del mancato apporto insurrezionale interno. Ma nulla può il Pio IX il 20 settembre 1870 contro l’esercito italiano che, sparato qualche colpo contro le mura aureliane, entra in Roma da Porta Pia. Il potere temporale della chiesa è tramontato per sempre, con esso svanisce l‘epopea che dal Rinascimento in poi ha fatto di Roma il centro mondiale della cultura; l’opera dei pontefici romani è stata determinante per l’arricchimento artistico della città ed oggi grazie ad essi è possibile osservare opere di incommensurabile valore che innalzano il genio umano ad immagine di Dio. Con il plebiscito del 2 ottobre 1870 Roma viene riunita all’Italia; la città da cui secoli prima era partita l’unificazione della penisola oggi, per ultima, la completa.

Con il 1^ luglio 1871 essa diviene la capitale del Regno, secondo la proclamazione fatta già il 27 marzo 1861.

La Roma del Regno d’Italia, a differenza di quella repubblicana e napoleonica, non scaccia il papa. Il 13 maggio del 1871 viene promulgata una legge, detta delle guarentigie, che assicura la pacifica convivenza del nuovo stato italiano con la chiesa universale romana, convivere pacificamente con essa, è il motto, anche se secoli di attriti non possono d’incanto svanire. Il papa per protesta non esce dai palazzi vaticani; l’alta società romana si divide in bianca e nera; l’avversione verso i sacerdoti diviene in certi casi cruenta, ma la divisione si attenua man mano, fin quasi a scomparire, col nuovo secolo, mentre la protesta pontificia diviene formale. Ora la vita politico parlamentare di Roma italiana si intreccia indissolubilmente con quella ecclesiastico religiosa, esse si completano reciprocamente. Adesso come prima, e forse più di prima, Roma è metà di artisti, turisti, poeti, uomini politici, sovrani, pellegrini, eminenze sacerdotali. L’11 febbraio 1929 Benito Mussolini, quale capo del Governo italiano, e Sua Eccellenza il Cardinale Gasparri, quale rappresentante del successore di Pietro, suggellano, nei palazzi Lateranenzi in Roma, con il Concordato (detto anche dei Patti Lateranensi) la fine dell’isolamento papale restituendo alla città e al mondo l’opera misericordiosa del pontefice. Poi XI è sul soglio di Pietro nello storico evento.

La prima guerra mondiale era rimasta a gran distanza dalla Città eterna, solo gli innumerevoli lutti ricordavano al popolo romano che si stava combattendo lassù, ai confini della patria, la seconda invece la investe, con il bombardamento anglo-americano (il 19 luglio 1943 fu bombardato il popolare quartiere di San Lorenzo e con esso, sintomo della nuova barbarie dell’epoca, il Monumentale Cimitero del Verano, che subì ingenti danni), e l’occupazione tedesca dopo l’8 settembre 1943. Ma la città esce dalla guerra sostanzialmente intatta contribuendovi potentemente l’opera del suo pontefice Pio XII, Eugenio Pacelli, che si adoperò perché fosse dichiarata dai belligeranti di ogni parte “Città aperta”, che ne fosse cioè riconosciuta l’unicità e, di conseguenza, l’importanza della città per l’intera umanità; e la storia si ripeté, e i barbari si fermarono nuovamente alla porte di Roma; alleati e tedeschi insieme da Roma, rispettandola, accesero un lume che permeò il mondo di luce, la luce della speranza.

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SVILUPPO EDILIZIO E DEMOGRAFICO (Torna)

Roma quadrata sorse sull’altura del Palatino, estremamente modesta di forme e ristretta d’estensione (ma al riparo dalle inondazioni, dalla malaria e dai colpi di mano), dalla fusione - per quanto sembra - di tre villaggi: Germalus (verso il Campidoglio), Velia (verso il Colosseo) e Palatual (nel mezzo). Questi si sarebbero uniti successivamente, con altri tre sull’Esquilino (Fagutal, Cispius, Oppius) e con uno nell’avvallamento intermedio (Querquetual) nella federazione del Septimontium, termine da non confondere con quello dei sette colli, abbracciante tutta Roma (Palatino, Quirinale, Viminale, Esquilino, Celio, Aventino, Gianicolo). Alla costituzione del Septimontium sarebbe seguita la fusione di questo con stabilimenti sabini sul Quirinale e il Viminale, e il Campidoglio avrebbe allora costituito l’acropoli della federazione così ingrandita. Altri però sostiene che il Septimontium non abbia potuto esistere senza comprendere il Campidoglio.

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ROMA ANTICA (Torna)

Checché sia di ciò, certo è che la Roma primitiva (di cui tracce molteplici sono state ritrovate negli scavi) formò da principio una specie di rifugio o di fortezza sul Palatino isolato, in prossimità del Tevere, e di là si dilatò verso i più vicini colli a oriente, mentre si teneva lontana dall’ampia (relativamente) pianura dell’ansa del Tevere a nord ovest del Campidoglio (Campo Marzio). I suoi cittadini invece frequentarono fin da principio la pianura più ristretta racchiusa fra i colli della federazione, cioè il Foro romano, facendone il centro degli affari civili, e l’altra fra Palatino e Tevere (Foro Boario e adiacenze), che servì ai mercati e alle comunicazioni commerciali anche fluviali.

Secondo la leggenda, Roma avrebbe raggiunto prima della fine dell’età regia una notevole estensione, che Servio Tullio avrebbe cinto di mura. Ma le mura serviane, di cui tratti cospicui si sono conservati, sono in realtà posteriori all’incendio gallico; ed esse pertanto ci attestano l’estensione che la città aveva raggiunto alla metà del IV secolo a. C.. Rispetto alla posteriore cinta aureliana, la cinta delle mura serviane lasciava fuori a Nord il Pincio e l’attuale quartiere Ludovisi, ad est i quartieri di Castro Pretorio, Tiburtino, Laterano, a sud tutto il tratto da Porta Capena a Porta San Sebastiano, a ovest il Testaccio (tra l’Aventino e il Tevere) e il Campo Marzio (tra il Quirinale e il Tevere). Con l’incremento economico, politico e sociale del periodo tra le guerre puniche e quelle civili le mura serviane furono largamente oltrepassate, specialmente nel Campo Marzio. E insieme con l’accresciuta estensione la città cambiò profondamente fisionomia, sostituendosi alle modeste case familiari e agli angusti e semplici edifici pubblici in legno mattoni e tufo, le ricche dimore patrizie, i casamenti (insulae) di affitto a parecchi piani, i templi e le basiliche in travertino e in marmo. Così pure le viuzze strette e tortuose furono in parte sostituite da strade ampie e diritte.

Questa trasformazione ebbe un grande impulso da Augusto (ho trovato una Roma di mattoni e la lascio di marmo), e continuò nei due primi secoli dell’impero. Nel centro di Roma, tra Palatino e Quirinale sorse, a cominciare da Cesare, la serie dei Fori imperiali allargando grandemente lo spazio destinato ai passeggi e ai ritrovi pubblici. Ma anche negli altri quartieri si moltiplicarono templi, terme, giardini. La plebe per contro si agglomerò sempre più nelle insulae, che aggiunsero piani a piani. L’incendio neroniano del 64 e l’altro dell’80, dettero luogo alla ricostruzione più moderna e più regolare della città. Il Palatino, con le grandi costruzioni di Domiziano, divenne quasi un unico enorme palazzo imperiale, accentuandosi la fisionomia dinastica e cortigiana della città, ma accrescendosi anche contemporaneamente le magnificenze, le comodità e i sollazzi a disposizione di tutti nei circhi, teatri e terme.

Il II secolo segna il periodo di massimo splendore di Roma antica, che doveva contare allora più di un milione di abitanti. Essa era divisa (per disposizione augustea) in quattordici regioni, cui succedettero i rioni medievali e moderni: Porta Capena, Caelimontium, Isis et Serapis (Colle Oppio), Templum Pacis, Esauiliae, Alta Semita (dal Quirinale a Porta Pia), Via Lata (il Corso), Forum Romanum, Circus Flaminius, Palatinum, Circus Maximus, Piscina publica (Terme di Caracalla), Aventinus, Trans Tiberim. Col III secolo, dopo i Severi, l’incremento demografico e lo sviluppo architettonico subirono una sosta: prima della fine del secolo la minaccia incipiente delle invasioni barbariche induce l’imperatore Aureliano (270-75) a costruire la nuova più ampia cerchia di mura che ancora oggi, imponente, si erge innanzi ai nostri occhi dopo più di diciassette secoli. Essa include il Pincio, il Testaccio, un tratto del Gianicolo, da Porta Settimina a Porta Portese; si aggirava per circa 18 km, e vi si aprivano 13 porte.

Entro la cinta aureliana la Roma imperiale arrestò la sua espansione e iniziò ben preso la decadenza e lo spopolamento, dovuto a cause generali ben note, cui converrà aggiungere la malaria che, infestando la campagna, si spinse in certe zone fino alle porte della città. Perduto di fatto Roma il suo rango di capitale, con la lontananza dell’Imperatore e della Corte, circondata da una campagna a coltura estensiva, a pascolo, e scarsamente abitata, soggetta al riflesso della crisi economica generale, la popolazione diminuisce, l’attività edilizia si arresta, la manutenzione dei monumenti pubblici non è più curata sufficientemente, e anzi incomincia quel lento sgretolamento che si accelererà nel Medioevo e più ancora nel Rinascimento. La stessa chiusura dei templi, per l’abbandono e la proscrizione del paganesimo, contribuì alla loro rovina, senza che ci fosse opera predeterminata cristiana. Invece le effimere, rapidissime occupazioni barbariche (Alarico, 410; Genserico, 455) pochissimi danni permanenti produssero a Roma monumentale. E’ piuttosto la vita che si allontana da essa.

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ROMA MEDIEVALE (Torna)

Mentre Roma andava così perdendo i suoi lineamenti di città imperiale pagana, essa ne acquistava nuovi e differenti, grazia al trionfo e al dominio della Chiesa cattolica. La Roma cristiana utilizzò solo una piccola parte della Roma monumentale pagana, adattando piuttosto invece locali privati a uso dei fedeli e del clero, o costruendone di nuovi. Nel IV, V secolo sorgono già una certa quantità di chiese cristiane, e il loro numero si accresce nei secoli seguenti: accanto ad esse si moltiplicano specialmente nel periodo bizantino gli stabilimenti di monaci (per lo più di non grandi dimensioni) addetti spesso al servizio liturgico nelle chiese. Le principali fra queste sono i tituli o chiese parrocchiali; accanto ad esse hanno importanza per la vita cittadina le diaconie, tra cui si ripartisce l’azione amministrativa e assistenziale della Chiesa romana, divenuta l’istituto cittadino più importante.

Non cambia invece la pianta di Roma, essendo rimasto il corpo delle abitazioni nel quadro precedente, diradata piuttosto in talune zone. Si sposta altresì il centro delle attività e della vita: dai Fori e dal Palatino essa si rivolge verso il Laterano, sede del Vescovo di Roma o - come si disse con termine divenuto presto esclusivo - del Papa.

Il primo periodo gotico, sotto Teodorico, segnò un modesto rifiorimento di Roma, anche edilizio, con provvedimenti per la conservazione dei vecchi edifici; ma con la guerra gotica (535-553) Roma toccò invece forse il punto più basso nella sua storia millenaria. Assedi ed espugnazioni ripetute, con passaggi da un belligerante all’altro, la fame e la peste desolarono la città, tanto che la si dice rimasta per pochi giorni completamente deserta. La popolazione stabile scese molto probabilmente al disotto delle 50.000 unità. Il Senato scompare, e ogni organizzazione civile viene meno, rimanendo solo quella ecclesiastica, che subentra (grazie specialmente alle diaconie) e alla Curia pontificia nei compiti della prima.

Con il ritorno della pace le condizioni migliorano; ma l’invasione dei Longobardi, spintisi fino alle porte di Roma, tornò a peggiorare la situazione. Si accrebbe anche per la malaria lo spopolamento nelle campagne circostanti. Forse l’elemento più spiccato di vita nella Roma del VII secolo è costituito dagli stranieri pellegrinanti al sepolcro dell’Apostolo Pietro.

Il secolo VIII vede rialzarsi le condizioni di Roma, come in generale dell’Italia. Con l’inizio del periodo franco si ha anche una modesta ripresa di attività edilizio artistica (fin verso la metà del IX secolo) mentre già dal tempo di Papa Zaccaria (741-752), i pontefici fondano nella campagna le domus cultae, fattorie agricole che concorsero a rianimare l’Agro, ma ben presto cedettero alle avverse condizioni climatiche e sociali.

La cosiddetta restaurazione dell’impero d’Occidente, con l’apparato cerimoniale delle incoronazioni imperiali succedutesi in Roma dall’800 (Carlo Magno) al 1452 (Federico III), e con le dimore - generalmente brevissime - dell’imperatore, apportò a Roma movimento, solennità pittoresche e un ritorno di prestigio, senza tuttavia rialzarne le condizioni economiche e politiche.

A metà del IX secolo vengono i Saraceni, dal Tirreno, a portare un nuovo elemento di insicurezza e di devastazione. Nell’846 le basiliche di S. Pietro e di S. Paolo sono saccheggiate. Questo, però, dette occasione al compimento della cinta muraria fortificata con la costruzione (848-852) a opera del pontefice Leone IV delle mura leonine, intorno al quartiere vaticano e a S. Pietro, facenti capo a Castel S. Angelo e alla porta di S. Spirito.

Le incursioni saracene tuttavia non cessarono; e più di esse resero precarie le condizioni della città i torbidi politici dell’ultimo periodo franco e del susseguente regno italico. Il X secolo fu denominato secolo di ferro. Della rozzezza edilizia di questo secolo è testimonio la cosiddetta Casa di Crescenzio. Pure, un periodo di ordine e di ripresa cittadina fu quello del principe Alberico (936-952). Incertezza e disordine ripresero con le lotte fra i primi imperatori tedeschi e la nobiltà feudale della Campagna. Alla fine del secolo la residenza di Ottone III, sull’Aventino, dette alla città un momento di effimero splendore.

Le condizioni non cambiano nella prima metà del secolo XI; la contesa delle investiture alla fine di esso apportò nuove lotte e calamità guerresche. Nel 1084 l’espugnazione della città per opera dei Normanni (Roberto il Guiscardo) portò a saccheggi, incendi e distruzioni notevolissime, specialmente nel quartiere del Celio, dal Colosseo al Laterano, con risultati duraturi di spopolamento e abbandono.

Col secolo XII si inizia una attività restauratrice e innovatrice, che va dall’edilizia all’amministrazione civica e all’organizzazione politica. I lavori nelle chiese sono contemporanei o di poco anteriori alla fondazione del Comune (1143-44). Il Campidoglio da lungo tempo abbandonato ospita il rinnovato senato, e ritorna il centro della vita cittadina, la quale riacquista una organizzazione propria, accanto alla Curia romana e ai poteri feudali. Tuttavia il Comune romano, pure spiegando una intensa attività politica, rimase sempre economicamente e socialmente debole e sparuto. In particolare le condizioni dell’Agro non migliorarono. Questa debolezza si rispecchia nella mancanza in Roma comunale di un architettura civile. Anche nell’età comunale sono i palazzi fortezze dei nobili, costruiti spesso incorporando antichi edifici (per esempio l’Arco di Tito), quelli che dominano. Al di fuori di essi, il volto di Roma rimane essenzialmente ecclesiastico e papale; la presenza e l’assenza della Corte romana (con il conseguente concorso o meno dei forestieri) rimane elemento precipuo della vita economica e sociale. E anzi perfino i nuovi ordini religiosi popolari (Francescani e Domenicani) non acquistarono in Roma una importanza analoga a quella del resto d’Italia, ciò che si rispecchia nello scarso sviluppo dell’edilizia conventuale (Santa Maria in Aracoeli per i francescani, Santa Maria sopra Minerva per i domenicani).

Si comprende così che il periodo avignonese (1305-1377) segni un secondo (o un terzo, computando anche il principio del X secolo) punto infimo delle condizioni sociali, demografiche, edilizie della città. E’ il periodo classico di Monte Caprino (il Campidoglio) e Campo Vaccino (il Foro Romano). Si racconta anzi che pecore e capre pascolassero anche in S. Pietro e in Laterano. La popolazione scese forse a quindicimila abitanti.

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DAL RINASCIMENTO AI TEMPI MODERNI (Torna)

Il Rinascimento segna la rinascita definitiva di Roma. I Pontefici, divenuti principi stabili e sovrani come gli altri d’Italia, e in posizione consolidata e ampliata di governatori supremi della Chiesa, fanno nuovamente di Roma una capitale mondiale. La formazione per agglomeramento ed ingrandimento successivi degli irregolari palazzi Vaticani; la costruzione del nuovo S. Pietro; le nuove o rinnovate chiese della Rinascenza nei tre periodi, primitivo, maturo e tardo; la costruzione intensa di Palazzi, di dimore ecclesiastiche e nobiliari; la creazione di grandi arterie stradali dritte, fiancheggiate da nuove costruzioni; lo stile di queste costruzioni stesse, sempre più ampio e ricco, solenne e sfarzoso, cambiano radicalmente la faccia di Roma. Nella creazione di nuovi valori edilizi e artistici vanno parzialmente travolti i valori precedenti, medievali o paleocristiani, pur rimanendone abbastanza per accrescere la varietà pittoresca della fisionomia di Roma.

Il sacco di Roma del 1527, se ebbe conseguenze immediate disastrose, anche sulla demografia della città (che sarebbe scesa da 90.000 a 30.000 abitanti), non arrestò in maniera permanente questa trasfigurazione e incremento. Questo anzi proseguì con sviluppo organico: dalla via Giulia di Giulio II al principio del Cinquecento si arrivò alla via Sistina di Sisto V alla fine del medesimo; l’architettura del tardo Rinascimento trapassò nel Barocco; si aggiunse all’edilizia romana nuovi cospicui elementi: creazione di grandi piazze, erezione di obelischi, costruzione di ville con i loro Casini; e nel mezzo del Seicento S Pietro e la sua piazza, Piazza Navona, S. Maria Maggiore, S. Giovanni in Laterano, villa Borghese, villa Pamphily, sono solo alcuni dei punti principali che formarono i nuclei di una rete edilizia pianificata quale nessuna altra città d’Europa poteva vantare.

Può dirsi che la fisionomia della città abbia acquistato da allora i suoi caratteri definitivi. Quel che si aggiunse da allora in poi intensificò questa fisionomia piuttosto che trasformarla. Ciò vale in particolare per il periodo neoclassico, creatore di Piazza del Popolo e del Pincio, mentre dalla morte di Pio VII al 1870 scarsi appaiono i cambiamenti. La Roma italiana, di scarsa produttività monumentale, iniziò invece uno sviluppo demografico senza precedenti dai tempi imperiali in poi. I duecentomila abitanti del 1870 erano già raddoppiati nel 1900. Si ebbe quindi una moltiplicazione di nuovi quartieri che hanno triplicato la consistenza edilizia della città. Mentre la cinta aureliana fino ad allora conteneva quasi dappertutto lo sviluppo edilizio e anzi includeva vasti spazi a ville, vigne, orti, ora tali spazi si riempirono di costruzioni, e queste traboccarono larghissimamente al di la delle mura, rodendo la campagna. Già prima della fine del secolo XIX si crearono entro la cerchia aureliana la via Nazionale e Cavour, le grandi piazze delle Terme, dell’Indipendenza, e Vittorio Emanuele; sorsero i nuovi quartieri dell’Esquilino, del Celio, del Testaccio, dei Prati. Il corso del Tevere entro Roma fu regolato con i grandi muraglioni, ponendosi finalmente un termine alla serie secolare delle inondazioni, i cui alti livelli sono tutt’ora segnati in vari punti della città. Nei primi quarant’anni del secolo XX l’ampliamento fu assai maggiore che nei trenta precedenti nei quartieri Flaminio, Salario, Nomentano, di Porta S. Giovanni e Porta Maggiore, Ostiense, di Monteverde, di Porta Cavalleggeri, dell’ex-piazza d’armi (quartiere Mazzini), di Monte Mario. Queste linee di sviluppo evitarono, in massima, le alterazioni di fisionomia della Roma Antica. Inoltre, nell’inclusione di sempre nuove zone vennero anche compresi i grandi parchi già esistenti, e persino tratti di bosco alla periferia, e altri parchi minori si crearono. Si aggiunsero, nel periodo fascista grandi scavi archeologici, accompagnati pure da piantagioni arboree (ad esempio la escavazione e la sistemazione dei Fori Imperiali) a formare complessi e sfondi paesistici incomparabili. Dopo la seconda metà del secolo XX tali scenari sono stati progressivamente deturpati dal traffico degli automezzi che, oltre a rendere il centro cittadino un luogo maleodorante rumoroso e insalubre, sono causa del progressivo deterioramento, in alcuni casi distruttivo e quindi irreversibile, dei secolari monumenti.

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LINEAMENTI DI STORIA ARTISTICA (Torna)

La Roma del periodo regio e del primo periodo repubblicano subì prevalentemente l’influenza della cultura etrusca: questa, a sua volta, era inclusa nell’ambito di espansione della cultura greca, soprattutto per l’arte. Così, attraverso l’Etruria, anche Roma risentì fin dagli inizi l’influenza culturale e artistica greca; la subì poi direttamente, allorché entrò in relazione con l’Italia meridionale, e specialmente dopo che le città della Magna Grecia entrarono a far parte della cosiddetta confederazione romano-italica. Con le spedizioni e le conquiste in grecia e in oriente nel corso del II secolo a.C. l’ellenizzazione della cultura e della vita spirituale romana raggiunse il culmine. Le opere d’arte greca affluirono in gran quantità a Roma, parte negli originali, più spesso in copie. Roma divenne un grande museo dell’arte greca, con predominio dell’arte ellenistica su quella del periodo classico. Direttamente in Roma lavorarono, alla fine della repubblica e nei primi tempi dell’Impero, scuole di scultura ellenistiche ispirantesi all’imitazione dell’arte più antica. Ancora oggi, i musei romani rispecchiano questo processo storico-artistico.

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ARTE ANTICA (Torna)

Vi fu tuttavia per tempo un’arte romana locale, con caratteri originali. La lupa capitolina d’intorno il 500 a.C., è ancora, probabilmente, un monumento etrusco, ma ben intonato, per la sua energia allo spirito romano. Questo trovò una sua espressione particolarmente efficace nell’arte del ritratto: busti in bronzo o in marmo di spiccata fisionomia personale (il cosiddetto Bruto capitolino) si scolpivano già in Roma nel IV-III secolo a. C. Verso la fine della repubblica incominciarono a moltiplicarsi gli esemplari di questa arte ritrattistica arrivati fino a noi. Alla fine della repubblica fiorisce anche la pittura decorativa parietale, analoga per procedimento tecnico, stile, soggetti, a quella pompeiana (cfr. gli affreschi parietali del Palatino nella casa di Livia e altrove).

Dove, però, l’arte romana si afferma fin dall’antico con forza e grandiosità di costruzione e originalità di forme, è nell’architettura, pur concorrendovi, all’inizio con particolare efficacia l’influenza etrusca, soprattutto nell’impiego della volta. Di questo impiego sono esempi antichi e notevolissimi il Tullianum e la Cloaca Massima, fra l’incendio gallico e l’ultimo della repubblica. Molto anteriormente, fin dall’inizio della repubblica, sarebbe stato inaugurato il Tempio capitolino, costruito allora in tufo e in legno, alla cui decorazione avrebbero lavorato artisti etruschi di Veio. Con il trionfo dell’ellenismo e dell’opulenza in Roma, i templi si costruirono interamente in pietra, come quello cosiddetto della Fortuna Virile, ottimamente conservato al Foro Boario, d’intorno al 100 a.C. Pianta e decorazione di questi templi seguono i modelli greci. La fine della Repubblica vede anche il primo teatro in pietra, quello di Pompeo. Un tipo architettonico contesto di elementi greci, ma che ebbe a Roma particolare sviluppo, per comodità dell’intensa vita sociale, fu la basilica, luogo di passeggio, di ritrovo, di udienza giudiziaria, di adunanza dei capi pubblici. Già nella prima metà del II secolo a.C. sorse nel foro la grande Basilica Emilia.

L’età classica dell’architettura romana si inizia tuttavia insieme con l’impero. Già Giulio Cesare, oltre a dare alla basilica Emilia il riscontro di quella Giulia, aveva iniziato la serie di Fori Imperiali, che si prolunga fino a Vespasiano. I Fori comprendevano, inclusi o annessi, grandi e svariati edifici: templi, basiliche, biblioteche, colonne, archi di trionfo. A loro volta questi edifici associano talora alle sontuosità costruttive e decorative di colonne, trabeazioni, fregi, rivestimenti marmorei, un grande sfoggio di rilievi plastici, a scopo illustrativo e celebrativo. Abbiamo così, dopo i rilievi dell’Ara Pacis Augustea, i nastri scolpiti delle colonne Traiana e Antonina, veri rotoli illustrati di Marmo, i rilievi degli Archi di Tito e più tardi di Settimio Severo e di Costantino, senza contare quelli scomparsi. Nuove e ardite forme di costruzione, talora grandiose fino al colossale, si affermano con la Domus Aurea di Nerone, le costruzioni di Domiziano sul Palatino, i mercati traianei, il tempio adrianeo di Venere e Roma (e le costruzioni di Villa Adriana), le Terme di Caracalla e di Settimio Severo fino alle terme di Diocleziano e alla Basilica di Massenzio o di Costantino. La scultura, oltre che nei rilievi storici seguita ad affermarsi particolarmente nei ritratti, realisticamente vigorosi e particolareggiati. Abbiamo conservata ancora oggi una serie iconografica presso a poco completa degli imperatori, e di altri membri della famiglia imperiale. Accanto ai busti sono anche numerose, nei due primi secoli dell’Impero, le statue a figura intera, seduta (specialmente donne) o più spesso in piedi. Un’altra abbondante produzione è quella dei sarcofagi, con rilievi mitologici e simbolici.

Quest’ultimo genere si prolunga nei secoli dell’impero, quando già la grande architettura e scultura vengono meno. La decadenza si vede nell’Arco di Costantino, al principio del IV secolo, ove le parti migliori sono quelle prese ai monumenti più antichi. La utilizzazione e la dilapidazione dei monumenti antichi diviene un sistema, che la Roma della decadenza imperiale tramanda a quella medievale, e tanto più alla Roma del Rinascimento e Barocca.

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ARTE MEDIEVALE (Torna)

Nel rilievo di sarcofago e nella decorazione pittorica parietale (compreso il mosaico) meglio si afferma la continuità tra l’arte cristiana e la classica. Già nel II-III secolo e molto più nel IV Roma cristiana ci presenta, dentro e fuori le catacombe, esemplari numerosi dell’una e dell’altra produzione. Con identità di tecnica e analogia di stile il cristianesimo esprime la sua vita spirituale nelle forme del tempo, introducendo in esse un nuovo contenuto grazie anche al simbolismo praticato pure nell’arte pagana. Di questa continuità e passaggio tra le due arti, pagana antica e paleo-cristiana, che è naturalmente un fenomeno mondiale, Roma forma uno dei centri ed offre un insieme di testimonianze fra le più cospicue. La continuità della tradizione formale, tuttavia, non esclude un cambiamento artistico, che si va operando profondamente nel passaggio dall’antichità al medioevo, per influenza soprattutto dell’Oriente. Si afferma una tendenza astratta per cui nella scultura il rilievo si appiattisce in linearità geometrica, decorativo-simbolica, che schematizza la figura umana, quando non la scaccia del tutto, mentre nella pittura e nel mosaico che nettamente predomina, trionfano la rigidità ieratica e l’intensità coloristica. In Roma si vede il prevalere graduale della nuova corrente orientale-bizantina quando si passa dal mosaico di S. Prudenziana a quello dei Ss. Cosma e Damiano, e da questo al mosaico di S. Agnese e alle pitture di S. Maria Antiqua. Assai minore è a Roma l’influenza orientale nell’architettura paleocristiana. Roma ci offre splenditi esemplari di antiche basiliche cristiane in S. Maria Maggiore, Santa Sabina, S. Clemente. Esse mantengono gli elementi essenziali della basilica romana (un rettangolo preceduto da un atrio, diviso in navate da un colonnato e chiuso da un abside), in una combinazione adatta ai nuovi scopi e trasformata da un nuovo spirito. Accanto, però, agli edifici basilicali troviamo anche a Roma, sebbene scarsi, quelli a pianta rotonda o a croce greca (Battistero del Laterano, S. Stefano Rotondo), di concezione orientale.

Queste forme pittoriche, scultorie, architettoniche, si mantengono a Roma durante l’alto medioevo, fino al periodo carolingio compreso. Le basiliche di S. Marco, S. Prassede, S. Cecilia, S. Maria in Domnica, ecc., ci presentano con i loro mosaici una ripresa di arte sacra nella prima metà del IX secolo. Particolarmente splendida per colorismo la cappella di S. Zenone in S. Prassede, mentre l’astrazione religiosa creò un capolavoro nel mosaico di S. Marco; testimonianze di un arte pittorica più popolare, più indipendente da quella bizantina, si possono riscontrare nella chiesa inferiore di S. Clemente e nella cappella suburbana di S. Urbano alla Caffarella.

Anche nel periodo romanico, la tradizione dell’architettura basilicale persiste: si mantengono le chiese a colonne e senza volta, e nella rifioritura culturale e costruttiva del secolo XII Roma presenta, più che nuove costruzioni, ricostruzioni (S. Maria in Trastevere, S. Clemente, i Santi Quattro Coronati, S. Maria in Cosmedin). L’influenza del romanico lombardo si afferma in taluni parti costruttive-decorative (abside dei Ss. Giovanni e Paolo), soprattutto nei tipici campanili rettangolari, alti e stretti, animati da vari piani di finestrelle ad archi rotondi (S. Maria in Cosmedin, S. Maria Nova - cioè S. Francesca Romana - Ss. Giovanni e Paolo, S. Alessio, ecc.), in cui una nota di vivace colore è portata dalla policromia dei dischi marmorei incastrati nella costruzione laterizia. Marmi policromi e mosaici sono gli elementi con cui lavora la scuola di architetti-decoratori detta cosmatesca, che riempì delle sue opere (portali, pavimenti, amboni, cattedre, monumenti sepolcrali) la Roma dei secoli XII e XIII; e la decorazione cosmatesca contribuisce essenzialmente anche alla bellezza dei chiostri di S. Giovanni in Laterano e di S. Paolo (prima metà del secolo XIII).>

Ancora meno profonda del romanico fu l’influenza del gotico in Roma, sia pure nelle forme attenuate proprie dell’Italia. Unico cospicuo esempio di costruzione gotica è la chiesa di S. Maria sopra Minerva, verso la fine del XIII secolo, mentre particolari romanici e gotici s’innestano in S. Maria all’Aracoeli sulla pianta basilicale. L’architettura gotica si afferma soprattutto nei tabernacoli (esempi massimi quelli, alla fine del secolo XIII, di Arnolfo di Cambino in S. Paolo e S. Cecilia) e combinata con la decorazione cosmatesca, nei monumenti sepolcrali come quello del Cardinale Matteo d’Acquasparta (principio del XV secolo) in Aracoeli. Rimane isolata un opera scultorea come la statua di Carlo d’Angiò, dovuta pure ad Arnolfo.

In questo periodo, il mosaico figurativo romano si stacca nettamente dalle tradizioni bizantine per la sua costruttività espressiva. Esso ha una prima fioritura nella prima metà del secolo XII (abside di S. Maria in Trastevere), una seconda alla fine del XIII, con Jacopo Torriti (S. Maria Maggiore, S. Giovanni in Laterano) e Pietro Cavallini (S. Maria in Trastevere). Quest’ultimo, contemporaneo più anziano di Giotto, segna altresì il punto culminante (affreschi del Chiostro di S. Cecilia) di tutto uno svolgimento di pittura romana risalente al XII secolo (affreschi di S. Giovanni a Porta Latina) o anche più indietro. Giotto lavorò anch’egli a Roma, senza esercitarvi un’influenza duratura.

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QUATTROCENTO E CINQUECENTO (Torna)

Dalla prima metà del secolo XIV alla prima del XV l’arte subisce in Roma un’eclisse (ricordiamo tuttavia la scalinata dell’Aracoeli alla metà del Trecento). Con la ripresa siamo già al Rinascimento: esso viene a Roma dalla Toscana, e una delle primissime sue manifestazioni sono le porte di bronzo di S. Pietro del Filarete, del tempo di Eugenio IV, e subito dopo il sepolcro dello stesso in S. Salvatore in Lauro. Con questo incomincia quella serie di monumenti funebri, disseminati nelle chiese e nei chiostri di Roma, fra gli autori dei quali spiccano il toscano Mino da Fiesole e il lombardo Andrea Bregno. E già Nicolò V concepisce il progetto del nuovo S. Pietro, di cui il toscano Bernardo Rossellino inizia i lavori. Venne anche a Roma, e vi morì (1472), Leon Battista Alberti.

Prime grandi manifestazioni delle nuova architettura ecclesiastica sono S. Agostino e S. Maria del Popolo, nell’architettura civile Palazzo Venezia, ancora misto di palazzo e castello-fortezza, tutti dell’ultimo terzo del secolo XV. Alla svolta del secolo abbiamo il magnifico rettangolo marmoreo della Cancelleria; contemporaneamente Bramante crea con freschezza geniale il tempietto rotondo di S. Pietro in Montorio, oltre il chiostro di S. Maria della Pace. La corte papale accentra in sé l’opera artistica: dopo Nicolò V - che aveva anche chiamato l’Angelico a dipingere una cappella in Vaticano - Sisto IV fa eseguire la prima serie di affreschi alla Sistina. Al principio del Cinquecento Giulio II dà l’impulso decisivo al nuovo S. Pietro e al grande agglomerato architettonico del Palazzo Vaticano: Bramante, Michelangelo, Raffaello lavorano per Roma e per il papato: successivamente essi fanno i piani e spingono avanti la costruzione della Basilica; Bramante crea in Vaticano scale, cortili e logge, Raffaello affresca le stanze, Michelangelo fa la volta della Sistina; quest’ultimo che aveva già scolpito la pietà, disegna il Mausoleo grandioso di Giulio II, che alla fine si ridurrà al gigantesco Mosé. Ma anche fuori dell’ambito Vaticano, nel rinnovamento edilizio di Roma, si moltiplicano chiese e palazzi, particolarmente nelle zone monumentali da via Giulia a via dei Coronari e piazza Navona. Raffaello in particolare sviluppò una attività architettonica notevole: oltre S. Pietro, la chiesa di S. Eligio degli Orefici, la cappella Chigi in S. Maria del Popolo, palazzo Vidoni, villa Madama. Accanto a lui e dopo di lui lavorano in Roma una pleiade di architetti insigni: Baldassarre Peruzzi, Giuliano e Antonio da Sangallo il Giovane, che tutti insieme operano in Roma il trapasso dalla prima Rinascenza, semplice e austera, alla grandiosità ancora classicamente sobria del pieno Rinascimento. Prodotti massimi di questa attività architettonica la piazza e i palazzi del Campidoglio, e palazzo Farnese, in cui l’opera di Michelangelo si incontra con quella di Antonio da Sangallo il Grande e di Giacomo Della Porta.

Raffaello lavorò splendidamente come pittore anche fuori del Vaticano (affresco di Galatea alla Farnesina, le Sibille in S. Maria della Pace, i mosaici della menzionata Cappella Chigi, ecc.), e fondò in Roma una scuola pittorica il cui maggiore esponente è Giulio Romano. Anche Michelangelo pittore ebbe seguaci in Roma (Daniele da Volterra). Nella scultura, accanto a Michelangelo e a qualche opera ispirata da Raffaello, primeggiano i toscani Andrea e Iacopo Sansovino: ricordiamo del primo i grandi monumenti sepolcrali in S. Maria del Popolo, del secondo il gruppo della Madonna col Bambino in S. Agostino.

Possiamo dire che nel primo quarto del Cinquecento Roma è il maggior centro artistico europeo. Questa sua posizione fu sconvolta dal sacco di Roma del 1527 (cui fece seguito una fuga di artisti verso altre sedi) e non poté ristabilirsi integralmente, date le trasformazioni di ambiente e di condizioni dovute agli avvenimenti politici (catastrofe dell’indipendenza italiana) e ecclesiastici (Riforma e Controriforma). Essa conservò tuttavia una posizione di primissimo piano, grazie soprattutto alla sua condizione di sede del papato e all’attività di magnificenza dei pontefici e delle famiglie principesche da questi fondate, e si affermò sempre più, dal Cinque al Seicento, come scuola mondiale, a cui accorrevano artisti da ogni parte d’Europa. Il pontificato di Paolo III (1534-1549) segna il passaggio dal Rinascimento alla Controriforma. A questo passaggio corrisponde artisticamente quello del Rinascimento maturo al tardo; potremmo tradurre, dalla piena creatività geniale al manierismo degli epigoni. E tuttavia questo periodo, che si apre col Giudizio universale di Michelangelo nella Sistina - ove il titanismo del Maestro già volge al barocco - è anche quello che ci dà una delle creazioni più alte, più perfette dell’arte universale; la michelangiolesca cupola di S. Pietro. E in architettura abbiamo tutta una serie di artisti in cui alla sapienza del mestiere si associa pur sempre vigore creativo: Bartolomeo Ammannati (Palazzo Ruspoli), Giacomo della Porta, Giacomo Barozzi detto il Vignola, Pirro Ligorio, Martino Longhi il Vecchio, Domenico Fontana, Carlo Maderno. Costoro sono i primi a disegnare quello che rimarrà il volto definitivo di Roma, in cui Rinascimento e Barocco su succedono e si intrecciano. E’ questo il periodo della grandi e sontuose chiese del Gesù, di S. Andrea della Valle, fino a S. Ignazio alla metà del Seicento. Ora si completa l’architettura di S. Pietro, eseguendo la cupola michelangiolesca fatta per la croce greca di Bramante, che viene invece prolungata in croce latina e munita della facciata dal Maderno, in attesa della decorazione interna barocca dovuta principalmente al Bernini e seguaci.

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ARTE BAROCCA E MODERNA (Torna)

Apre la via del barocco in Roma Sisto V (1585-1590) con la sua opera edilizia e pianificatrice. Il grande architetto e scultore del barocco romano fu Gian Lorenzo Bernini, che riempie di sé il secolo XVII (1598-1680), e l’Europa del tempo. Grazie a lui nella Roma barocca l’imponenza delle masse gareggia con l’arditezza e la novità delle linee, e l’una e l’altra si inquadrano in prospettive e sfondi pittorescamente portentosi. Il colonnato di S. Pietro e Piazza Navona con la Fontana dei Fiumi sono i suoi massimi trionfi. Accanto e contro Bernini spiega la sua virtuosità raffinata Francesco Borromini (S. Agnese a piazza Navona, S. Carlino alle Quattro Fontane, i campanili della Sapienza e di S. Andrea delle Fratte). Realizzazioni architettoniche originali e grandiose sono anche quelle di Pietro da Cortona. La scultura barocca grandeggia anch’essa - associata spesso intimamente all’architettura - grazie soprattutto al Bernini medesimo accanto a cui è Alessandro Algardi, amatore del rilievo pittorico. La pittura del periodo post rinascimentale a Roma è la parte meno attraente: dominano dapprima completamente gli eclettici bolognesi, i due Carracci, Guido Reni, il Domenichino, il Guercino, mentre il geniale precorritore della pittura moderna, Michelangelo da Caravaggio, contemporaneo dei Carracci, passò inapprezzato. La pittura barocca si affermò con il Cavalier d’Arpino Pietro da Cortona, il Sacchi, il Maratti.

Il Seicento romano aggiunse come elemento fondamentale alla chiesa e al palazzo la Villa - tuttavia non ignota al Rinascimento - nella quale particolarmente si afferma il preromanticismo del periodo barocco. Sono innanzi tutto le famiglie papali che operano questa novità. E’ del primo quarto del secolo Villa Borghese, della metà Villa Doria-Pamphily. Le ville, sorgenti alla periferia, hanno i loro palazzi interni o Casini; ma nel centro della città continua, anzi si intensifica, la costruzione dei palazzi principeschi, per opera sempre in prima linea delle dinastie originate o rafforzate dai pontefici. Il Settecento aggiunge alla fisionomia di Roma altre grandiosità scenografiche e la grazia capricciosa del rococò. Ricordiamo la scalinata di Piazza di Spagna, la facciata di S. Giovanni in Laterano, la facciata di Palazzo doria al Corso, la Fontana di Trevi.

Nella seconda metà del secolo le teorie erudite di Winckelmann e l’influenza delle raccolte d’arte classica che (in parte per opera di Winkelmann stesso) incominciano a moltiplicarsi - a Roma: villa Albani, museo Capitolino, museo Vaticano - promuovono, insieme con altri fattori, una rinascita di classicismo. E del neoclassicismo Roma è uno dei centri massimi, in architettura, scultura e pittura. Precede la prima con Luigi Vanvitelli; nella seconda grandeggia e domina Roma, l’Italia e l’Europa, Antonio Canova (monumento Rezzonico in S. Pietro); per la terza fu maestro freddo, accademico, Raffaele Mengs (il Parnaso di Villa Albani).

Al principio e per tutta le metà del secolo XIX il neoclassicismo continua e domina a Roma, ove accanto al Canova lavora il danese Thorwaldsen, mentre in pittura primeggia il Camuccini, e matura la scuola tedesca dei Nazareni. Il capolavoro dell’architettura neoclassica è nel periodo napoleonico la sistemazione di Piazza del Popolo e del Pincio a opera del Valadier. In seguito il neoclassicismo si cristallizza e anemizza. Nel corso del secolo XIX Roma seguita a prosperare come scuola artistica europea, ma ha ormai esaurito il suo vigore creativo. Né la Roma italiana può dirsi che ne segni una ripresa, nonostante costruzioni notevoli, come il Monumento a Vittorio Emanuele del Sacconi e il Palazzo di Giustizia del Calderini. Si sviluppa, invece, l’opera di restauro e soprattutto di scavo che nelle bassure del Foro e sull’alto del Palatino contribuisce potentemente a perfezionare la fisionomia incomparabile originale della città, associando indissolubilmente in classicismo dei resti architettonici al romanticismo delle rovine: opera che si completerà nella prima metà del XX secolo con l’escavazione e l’isolamento dei Fori imperiali.

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ROMA NELLA STORIA DELLA CIVILTA’ (Torna)

Nessuna altra città, nessun altro stato presenta alternative di grandezza e di decadenza così accentuate come Roma nella sua esistenza di più che venticinque secoli: alternative, tuttavia, la cui curva risultante rimane ad una altezza senza pari nella storia del mondo. Ancora più difficile sarebbe trovare in questa storia un altro oggetto di sentimenti così intensi e così contrastanti fra loro.

L’idea di Roma, la passione pro e contro Roma, la influenza primaria di Roma nel corso della civiltà si iniziano con l’assoggettamento dell’Italia peninsulare effettuato in sostanza nel corso del IV secolo a.C. L’assoggettamento non si trasforma in vera e propria unificazione se non dopo la guerra sociale, poco prima della metà del primo secolo a. C. Nel frattempo, la forza di attrazione esercitata da Roma è già divenuta grandissima, come il centro e motore politico e culturale non solo dell’Italia, ma dell’occidente europeo. Già nel primo secolo avanti Cristo Roma è, accanto ad Alessandria, ad Antiochia, alla scoronata ma pur sempre prestigiosa Atene, una capitale dell’ellenismo. Prima ancora, fin dal tempo della seconda guerra punica, essa è la capitale intellettuale della penisola italica, quella a cui vengono l’umbro Plauto, il campano Nevio, il calabrese Ennio, l’insubro Cecilio e perfino, già allora, l’africano Terenzio. Ben più: rovesciando il famoso detto: Graecia capta ferum victorem coepit, Roma vincitrice compie, già nel secondo secolo, la conquista morale del greco Polibio, cioè di uno dei più alti ingegni e dei cervelli più quadri del mondo ellenistico: il difensore dell’indipendenza greca, trasportato a Roma come ostaggio, si converte al domma del dominio giusto e necessario di Roma sul mondo. E non solo il politico e storico Polibio, ma il filosofo storico Panezio - fonte e modello a Cicerone per il De Officiis - predica il diritto del superiore popolo romano a governare i popoli inferiori. Per contrapposto, ancora nel secolo seguente, le voci dell’opposizione, impregnate di collera e d’odio, non tacciono: e si traducono, quando possono, nei fatti. In Italia il sannito Ponzio Telesino, uno dei capi della guerra sociale, esclama che i lupi divoratori dell’italica libertà non cesseranno finché non sarà estirpata la selva in cui si annidano, Roma. Fuori d’Italia, il campione antiromano Mitridate trova in Asia Minore un terreno così ben preparato che può far compiere in un colpo la strage di ottantamila italici. Giudei zelanti della patria, della Legge e del Tempio - tutt’uno per essi - interpolano i Libri sibillini predicendo con gioia furente la catastrofe dell’aborrita signora del mondo. E la catastrofe sembra venire: nelle guerre civili, incalzanti in ripetute furiose riprese, Roma minaccia di soccombere: Bruto si uccide disperato, gridando che la virtù è un nome vano. Ma il mondo civile si sente coinvolto nella minacciata catastrofe: esso sperimenta che i mali di Roma sono i suoi, che il suo destino fa ormai tutt’uno con quello romano. La pace augustea è salutata con altrettanta gioia in Oriente che a Roma. Altari si elevano all’imperatore e all’Urbe. E Virgilio può intonare senza contraddizione da nessuna parte il Te regere imperio populus, Romane, memento; e Orazio innalzare, a nome di tutti gli uomini civili, il voto e l’auspicio che il Sole non sia mai per illuminare dei suoi raggi nulla di più grande di Roma. Adesso, Roma è senza contrasto la capitale del mondo, non solo politica ma culturale. Vi accorrono i filosofi delle scuole ellenistiche, i predicatori dei culti orientali; vi affluiscono, per amore o per forza i capolavori dell’arte greca classica e post-classica, e vi prendono stanza gli artisti contemporanei, promotori di nuovi indirizzi; viaggiano instancabilmente a Roma e da Roma i mercanti che stringono in una rete di affari tutto il mondo mediterraneo. Tutto il bene ed il male, tutto il bello ed il brutto del mondo affluiscono a Roma, tesoro e sentina universale. Ma per i due primi secoli dell’Impero, il tesoro mette in ombra la sentina. Giovenale ha un bel lanciare i suoi fulmini moralistici: Plutarco di Cheronea riconosce che il dominio di Roma è un bene, che esso assicura la pace; Dione di Prusa vede nell’Impero romano l’incarnazione della stoica Città del mondo. Sotto Antonino Pio, Elio Aristide scioglie l’inno all’impero veramente universale, retto con arte politica suprema, e i cui sudditi sono uomini liberi e prosperi. E i culti orientali dilaganti non domandano di meglio se non di associarsi alle fortune dell’Impero, consacrandole col crisma della religione. Uno però di questi culti non si associa al coro, oscillando fra l’obbedienza passiva e la condanna. Il cristianesimo contrappone all’imperatore divinizzato, Cristo Dio, al diritto e alla spada romani, il Vangelo e la Croce. Tutti i valori di Roma antica sono rimessi in questione; e, dopo scontri occasionali e parziali, viene l’aperto e decisivo conflitto. Ma al conflitto succede la pace: ed è pace cristiana e romana insieme. Sono riconosciuti da una parte i diritti di Dio e della Chiesa, e anzi protetti e ampliati. Ma dall’altra si accetta e si assimila l’organizzazione romana, e se ne riconoscono i benefici per il cristianesimo, si finisce anzi per proclamare la provvidenzialità dell’Impero. E ci si appropria della cultura antica per promuovere e divulgare la nuova fede.

Così, adesso, Roma cambia, unifica e centralizza in se due mondi. Al principio del V secolo dopo Cristo, S. Ambrogio e S. Girolamo hanno accenti di patriottismo romano, mentre il pagano Rutilio Namaziano scioglie e Roma antica un cantico supremo di esaltazione: Di diversi popoli hai fatto una sola Patria ... hai fatto dell’Orbe l’Urbe.

Pure, siamo ai tempi tristi: l’Impero d’Occidente vacilla e cade, e Roma propriamente non comanda più a nulla, prima ancora della caduta. Re barbari governano nell’Urbe; ma essi si inchinano davanti all’idea dell’Impero, rispettano il Vescovo di Roma, vorrebbero allevare i loro guerrieri nella civiltà romana. La guerra Gotica mette bruscamente un termine a questi tentativi; e per un momento si dubita che l’ultimo giorno di Roma, occupata da Totila, sia giunto. Ma il re gotico arretra innanzi alla maestà di Roma, come un secolo prima aveva arretrato Attila. Roma sopravvive, protetta ugualmente dal ricordo di Cesare e dal sepolcro di Pietro: ma per più di un secolo rimane in ombre, quasi fuori dalla storia.

Sono i pellegrini d’oltralpe - specialmente anglosassoni - quelli che la riportano al proscenio. In un misterioso bilanciamento, all’estrema decadenza materiale corrisponde l’inizio della suprema elevazione religiosa. I nuovi popoli germanici, o romano germanici, si fanno zelatori, propugnatori della devozione al principe degli Apostoli: Roma è grande sopra ogni città perché custodisce la tomba di Pietro, e perché vi risiede il suo successore. Vicino a questa tomba i transalpini stabiliscono le loro colonie, le loro chiese. Roma ritorna città cosmopolita. A Pietro, Pipino e poi Carlomagno portano il soccorso delle loro armi contro i Longobardi; è il “Patrimonio di S. Pietro”, che essi rendono, o donano, fondando il potere temporale.

Roma papale contraccambia con la corona imperiale; ma è un contraccambio che si risolve in un suo nuovo innalzamento. Con il nuovo Impero d’Occidente, o Sacro Romano Impero, Roma ritorna idealmente il centro politico europeo. Idealmente, perché la forza è altrove; ma anche l’idea ha una sua forza. Per dieci secoli la corona imperiale romana rimane il fastigio dell’Europa; e per sette secoli essa viene conferita materialmente in Roma dal pontefice romano. E mai come nel Medio Evo Roma, che non era padrona neppure di se stessa, fu detta e sentita caput mundi. L’idealismo di Ottone III, che insieme al pontefice pensava di governare da Roma il mondo cristiano, aveva un suo fondamento nella coscienza universale.

Il dominio del diritto canonico, l’autorità delle decretali pontificie, le teorie teocratiche di Gregorio VII e di Innocenzo III, e più efficacemente delle teorie la centralizzazione effettiva della Chiesa sotto la Curia romana, hanno per risultato altrettante attuazione della persistente idea romana. Grazie alla Curia, Roma è veramente, in quel basso Medio Evo che è una prima Rinascenza, il centro dell’Europa. Ma qui rinasce l’altro sentimento dominante nei confronti di Roma, quello dell’avversione. La cupidigia romano-ecclesiastica è un leit-motiv delle polemiche e anche dei semplici detti e scherzi medievali. Dio non Trino a Roma ma quattrino; Accipe, sume, cape, Tria sunt potissima papae, e via dicendo. Aggiungendovi alla cupidigia la corruzione Roma torna ad essere per molti - e fra i più ferventi cristiani - la Babilonia apocalittica. I movimenti spiritualistici e le sette scismatiche, da Arnaldo da Brescia ai Fraticelli passando per Federico II e Dante, appuntano contro Roma papale le loro saette, giungendo a fare un idolo d’odio di quel che era stato in altri tempi ed era per altri, una divinità di amore.

La doppia eclissi del papato avignonese e dello scisma d’occidente abbassa e strema materialmente Roma, non ne distrugge il prestigio. Proprio allora Cola di Rienzo rinnova il sogno dell’Impero romano; e dal ristabilimento in Roma del pontefice unico gli spiriti religiosi aspettano la salvezza della Chiesa, attraverso la sua riforma. Il ristabilimento avviene, ma l’aspettativa è delusa. Il papato diviene principato italiano, trascura gli affari ecclesiastici, da scandalo di mondanità e di corruzione ai fedeli. Pure, la Roma del Rinascimento rappresenta una nuova fase, e tra le più splendide, della grandezza mondiale della città: la fase culturale e più praticamente artistica. A Roma affluiscono gli umanisti; in Roma si creano capolavori dell’architettura, pittura e scultura della Rinascenza: a Roma lavorano Mino da Fiesole e Melozzo da Forlì, Filippo Lippi e Pinturicchio, Raffaello e Michelangelo; S. Maria del Popolo, il Vaticano, San Pietro, le nuove vie stendentesi fra due fili di palazzi, fanno di Roma la più bella città del mondo.

Roma diviene così la scuola mondiale delle arti, e - grazia soprattutto alla Biblioteca Vaticana, creazione della Rinascenza sviluppata dalla Controriforma - un centro di cultura europea. Ma torna al tempo stesso capitale religiosa; lo diviene anzi più che non lo fosse stata mai precedentemente. I due settori, l’artistico-culturale e il religioso-ecclesiastico, sono fra loro in stretti rapporti. Alla Riforma si oppone la Controriforma, che dopo inizi spontanei e molteplici si accentra naturalmente intorno al papato romano. Ora più che mai, Roma è per gli uni il cielo per gli altri l’inferno: per tutti è al sommo dei pensieri. Una serie vigorosa di pontefici e di grandi personaggi ecclesiastici prende e tiene in mano la direzione del movimento. E anche quando, dalla metà del Seicento, la tensione viene meno, la posizione dominante di Roma, centro ecclesiastico e scuola d’arte, rimane.

Nel Settecento il primo aspetto subisce una forte eclissi mentre persiste e si sviluppa il secondo. Da Roma Winckelmann bandisce il verbo del classicismo; a Roma Goethe matura il passaggio dallo Sturm und Drang alla sua arte olimpica; da Roma Canova insegna per decenni la bellezza formale all’Europa.

Col secolo XIX questa posizione eminente artistico-culturale di Roma diminuisce assai. In compenso, si rialza quella ecclesiastica, e anche politica. Il secolo XIX è, in un certo senso, il secolo del Papato: quello in cui esso ha toccato il culmine del suo potere sulla Chiesa, e il suo prestigio si è rialzato fino alle vette odierne. La devozione al papa si può dire che sorga nel secolo decimonono (specialmente dopo il 1870), e si sviluppa in pieno nel ventesimo. Al tempo stesso, il secolo decimonono ha visto anche fiere battaglie politico-ideologiche contro il papato, congiunte con l’evoluzione degli stati moderni e particolarmente con il Risorgimento italiano. Tutto questo ha concorso a mettere sempre più Roma al primo posto della scena mondiale, mentre intorno ad essa si sono anche concentrati i contrastanti movimenti d’idee e correnti d’azione che hanno portato all’unità d’Italia. Tanto la questione del potere Temporale, con il relativo conflitto tra Papato e Stato italiano, quanto la Conciliazione e i Patti del Laterano hanno attirato gli sguardi del mondo su Roma. Anche indipendentemente da ciò i venti anni tra le due guerre mondiali e il secondo dopoguerra hanno visto un accrescimento di potere e di prestigio della Roma papale. Nell’Anno Santo 2000, milioni di visitatori affluenti a Roma riconfermano il dominio incomparabile della città eterna nel mondo dello spirito.

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